domenica 10 ottobre 2010

Robin Williamson: una voce ancestrale

Venerdì scorso ho avuto modo di vedere una leggenda della folk inglese, Robin Williamson.
Il musicista scozzese è stato invitato alla rassegna di concerti pomeridiani Music Club del Teatro Dal Verme di Milano (curata dal giornalista Enzo Gentile), preso come esempio di "vecchia guardia" del folk, contrapposto al concerto della settimana precedente di Joanna Newsom, portavoce del folk contemporaneo.
Ma facciamo un passo indietro.
Robin Williamson è un'istituzione della musica inglese. Nasce in Scozia nel 1943, e fin da giovane impara a suonare una miriade di strumenti; comincia ad esbirsi come folksinger verso i 16 anni, giranndo tutta l'Inghilterra, quindi nel 1966 forma la Incredible String Band, gruppo che fuse la tradizione con l'avanguardia e che riscosse enorme successo (tanto da partecipare anche al festival di Woodstock nel 1969). In pochi anni Robin diventa un pilastro del folk.
Negli 1972 inizia una prolifica carriera solista, incrociando stili e generi gettando le basi della prima world music, si cimenta anche nelle vesti di scrittore, pedagogo e ricercatore.
Da un po' di anni Williamson ha cominciato a incidere anche per ECM e in tutti questo tempo non ha mai smesso di girare per il mondo con la sua musica.
Erano molte le persone dentro la sala piccola del Dal Verme, che appena uscite da lavoro si sono recate ad assistere a questo evento particolare (per il musicista scozzese è stata la prima volta a Milano). Williamson si è presentato sul palco con chitarra e grancassa, che insieme alla sua voce profonda ed evocativa - invecchiata come un buon vino - hanno rievocato nella mente dei presenti le immagini e le sensazioni di una terra lontana, antica e magica. Capelli e barba lunghi, imbiancati, Robin è la raffigurazione perfetta del folksinger, del cantastorie che nella vita ne ha fatte e viste di tutti i colori, e non vede l'ora di raccontarlo. Per ascoltare la sua esibizione c'era bisogno di calma e di distensione, per potere udire tutte le inflessioni delle capacità della sua musica, e fortunatamente la struttra del Dal Verme è stata più che perfetta. Sembrava quasi di non essere nella caotica e affollata Milano (grazie anche all'assenza di segnale del posto che non ha permesso squilli fuori luogo).
La tecnica chitarrista di Williamson era ineccepible, pulita e avvolgente, mentre la grancassa di volta in volta assolveva un ruolo diverso: un lontano tamburo da guerra, un soffocato battito di cuore, poi ancora il respiro ancestrale della terra d'Albione.
L'atmosfera era intima e tranquillia, tanto che Robin, fra una canzone e l'altra, si è messo a colloquiare candidamente con in presenti, parlando del dilagante alcolismo degli scozzesi, di quando Bob Dylan giudicò la sua canzone Blue October come "Quite Good", e dei titoli delle canzoni country (ce ne sono di spassosi, tipo "Drop Kick Me Jesus Through The Goal Post of Life" e "I Ain't Never Gone To Sleep With Ugly Women, But I've Sure Woke Up With A Few").
Ballate di ubriachi irlandesi, canti blues, una cover di Jamie Lee Curtis, una di Dylan, canzoni di anonimi scozzesi (ribattezzati O'Nonymous), e con leggerezza, senza rendersene conto, è passata più di un'ora.
Quando un personaggio chiave della storia della musica si ritrova a più di 60 anni ancora a suonare spesso e volentieri è solo per rinvangare la propria fama, ed il pubblico si raduna a suoi concerti più per l'importanza della figura che per quella della musica (un esempio su tutti: Rolling Stones). Sono proprio felice di poter dire che non era il caso Robin Williamson.



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