

Puntuali come la morte, a fine anno tutti i siti, giornali e blog del mondo della musica si fanno in quattro per stilare la lista dei migliori dischi, artisti e canzoni dell'anno, tramite una classifica numerata che è quanto di più freddo e asettico c'è nella musica. La verità è che sono pratiche molto auto-referenziali, fatte dai critici per i critici, e, rischiando di passare per inusuale mi permetto di perdere un po' di tempo per parlare solo di due musicisti, che in questo 2010 stracolmo di bei dischi (ce ne sono stati veramente tanti) hanno fatto da eccellenza.
Due musiciste, per la precisione, due donne in grande ascesa che questo anno hanno riconfermato le loro grandissimi abilità, primeggiando in molti aspetti su tanti protagonisti: Joanna Newsom ed Esperanza Spalding.
Entrambe statunitensi, entrambe dalla West Coast, entrambe sotto i 30 anni ed entrambe sono uscite con il loro terzo disco nel 2010, da quando le ho scoperte non posso fare a meno di ascoltarle; se passo una settimana senza sentire le loro note mi sento come se non baciassi la mia ragazza per un mese.
Io ho avuto la fortuna di vederle entrambe nei mesi scorsi, in occasione dei relativi tour promozionali: Joanna è passata Milano e Roma a Settembre, Esperanza solo a Roma a Dicembre; in tutti e due i casi i loro concerti mi hanno dato la sensazione di ascoltare quanto di più raffinato e sensazionale rappresentasse la musica delle nuove generazioni. Il lavoro di queste due ragazze non è relegato ad una nicchia, non corrisponde ai criteri estetici di un semplice genere musicale e non soddisfano un tipo esclusivo di pubblico; il loro modo di fare ha del sublime, del totale, la loro musica ha l'importanza storica dei grandi del passato, ed il fatto che siano delle donne, per giunta giovani, ad avere raggiunto questi risultati non deve essere motivo di sopresa o ammirazione, bensì deve dare la sensazione impalabile della rivincita di un sesso troppo a lungo discriminato.
Le ragazze rappresentano due mondi molto distanti della musica, eppure i loro profili hanno molto in comune e non mi sembra azzardato dire sono una la controparte dell'altra: lo yin e lo yang.
Lo yin è Joanna. Nata nel 1982 in California, proviene da una famiglia di musicisti, intellettuale e altolocata (suo zio era sindaco di San Francisco). Studiosa di pianoforte fin da piccola, ha scoperto l'arpa in gioventù e da subito è diventata un'estensione della sua personalità musicale. Abituata da sempre alla musica sperimentale e avanguardistica (il compositore minimalista Terry Riley era un suo vicino di casa, un po' come se un musicista italiano fosse stato inquilino di Luciano Berio o Luigi Nono), ha saputo ben unire la sua formazione alta con il folk - in particolare il folk degli Appalachi - e la musica indipendente nelle sue varie ramificazioni. Fin dal suo primo disco The Milk-Eyed Mender si è fatta notare, oltre che per il suo strumento inusuale nel pop, per la sua voce definita "indomabile" dalla rivista Wire, ma il vero successo è arrivato solo nel 2006 con il secondo disco Ys. In questo, grazie anche alla preziosa collaborazione negli arrangiamenti del musicista americano Van Dyke Parks (famoso per il disco Song Cycle del 1969 e per le sue collaborazioni con Brian Wilson), Joanna è riuscita a sbalordire tutta la scena musicale grazie alle sue abilità, sia di musicista che di compositrice, che gli hanno fatto guadagnare risalto e ammirazione. L'ultima uscita della Newsom, Have One On Me, ha riconfermato il suo spirito selvaggio e seminale. Un triplo disco per più di due ore di musica, in cui la musicista Californiana esplora ulteriormente le possibilità espressive della sua voce, i limiti della sua abilità compositiva e i canoni di quello che viene chiamato comunemente pop. In assoluto uno fra i migliori dischi dell'anno.
Lo yin è un mare di bianco, ma con un isola nera al suo centro, e se Joanna Newsom potrebbe sembrare l'appannaggio di un intellettualismo americano e W.A.S.P., in realtà la sua musica possiede anche una dimensione "black". La si ritrova innanzitutto nel suo modo di suonare l'arpa come una kora africana, piena di poliritmie e progressioni ritmiche che vanno oltre il semplice folk; inoltre nella sua recente uscita discografica si possono notare diversi arrangiamenti che sanno di jazz raffinato e celestiale (come Kind Of Blue di Miles Davis, e nessuno me ne voglia male se il paragone sembra azzardato).
Ecco il filmato di un'esibizione magnifica, in cui Joanna suona e canta con il cuore in mano rivelando la sua bellezza artistica.
Esperanza Spalding è invence lo yang, la parte black, questo anche perché rappresenta la nuova incarnazione del jazz americano.
Classe 1984, nata nell'Oregon, a Portland, frutto di un melting pot gallese, ispanico, nativo americano e afroamericano. Anche per lei la formazione musicale è cominciata in tenera età, complice una madre musicista che fin da piccola l'ha abituata a corsi di musica e accademie, forse per allontanarla dalla realtà da ghetto del suo quartiere. I primi studi musicali della Spalding sono cominciati a cinque anni con violino, per poi passare a oboe, clarinetto e violoncello, mentre l'innamoramento per il contrabbaso è avvenuto solo a 14. Da quel momento non lo abbandonerà mai più, se non per cantare.
All'età di 20 anni Esperanza era già diventata docente presso la prestigiosa Berklee College of Music e la sua carriera di musicista era in rapida ascesa; in due anni ha registrato due dischi, Junjo e Esperanza, dei quali l'ultimo è salito in cima alle classifiche americane di jazz e l'ha portata a suonare in giro per tutto il mondo, collaborando con musicisti affermati come Pat Metheny. Il suo stile musicale colorato, fatto di influenze da tutto il mondo e una ricerca continua di melodie e arrangiamenti, è accostato alla sua voce delicata come una farfalla ma potente come una leonessa, rendendo il suo ascolto un'esperienza affascinante e avvolgente.
L'ultimo disco Chamber Music Society ha rappresentato la vera svolta di Esperanza, la sua dichiarazione d'indipendenza artistica, il filo conduttore fra una nuova e una vecchia cultura del jazz. Rievocando i ricordi della sua infanzia passata ad ascoltare le lezioni della madre, la Spalding ha confenzionato un disco che prentende di trasformare, grazie a prestigiose collaborazioni e l'uso di una sezioni di archi, il jazz in musica da camera. Proprio in questo si nasconde l'isola di yin nel mare di yang, è questa la parte "white" di Esperanza: nella sua sofisticata ed elegante visione del jazz. Sotto quella capigliatura ad afro - quasi fosse una rivendicazione civile - si nasconde un alveara di idee, fra melodie che si intrecciano, armonie elaborate e arrangiamenti sensuali ma comunque elevate. Suo padre putativo non potrebbe essere che Charles Mingus, il leggendario compositore e contrabbassista che da dietro il suo lungo strumento ritmico ha imbastito dischi come Jazzical Moods.
Per rappresentare Esperanza ho voluto mostrare un filmato molto particolare, forse non il più rappresentativo, ma comunque speciale. Trattasi di un'esecuzione all'interno della Casa Bianca, dove Esperanza Spalding è stata chiamata a suonare per il ludibrio del presidente degli USA Barack Obama (per il quale la musicista ha suonato anche per la consegna del premio Nobel per la Pace).
Per concludere, mi auguro che il 2011 sia un anno ricco almeno quanto quello trascorso, perché risultati come quelli ottenuti delle due artiste di cui ho appena parlato sono rivelatori di una scena musicale internazionale che sta cambiando in meglio proprio nel momento in cui la viviamo.
E se qualcuno volesse farmi un regalo per l'anno nuovo, andate sia da Joanna che Esperanza e convincetele a fare un disco insieme. Grazie.

1 commenti:
Ciao, avete visto questo video? http://www.youtube.com/watch?v=yFDDWCUKLh4
E' la nuova canzone di Raphael Gualazzi, cantautore/pianista di Urbino molto popolare in Francia, che vorrebbe andare a Sanremo. Aiutatelo! Potete votarlo qui: http://www.sanremo.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-ec109c07-6b22-4fd5-bce5-d48eee2c60ff.html
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